SALE ROSA QUANTE BUFALE

LE MILLE BUFALE DEL SALE ROSA

Perché molte persone cadono ogni volta su prodotti e terapie prive di qualsiasi valore scientifico?

Non è questione di stupidità   ma di fretta e molte volte poca preparazione scientifica… perché la scienza nelle sue spiegazioni di sistemi complessi, come il nostro organismo o la salute può dare solo spiegazioni complesse che molte persone poco “digeriscono”, mentre una notizia o informazione ben confezionata,  spiegata semplicemente alludendo o a “energie” o ad uso millenario di quel “determinato” prodotto affascina maggiormente e stimola la nostra volontà di credere… però questo è un errore che ci porta non solo a perdere tempo ma molte volte “perdere tempo utile” per curarci e rimanere in salute.  V.A.

IL SALE ROSA :

– Limita il rischio di ritenzione idrica e di ipertensione

– Promuovere un equilibrio stabile del pH a livello delle cellule, cervello incluso.

– Promuove un miglioramento della capacità di assorbimento degli elementi nutritivi presenti nell’intestino.

– Riduce i crampi.

– Accresce la forza delle ossa.

– Promuove la salute dei reni rispetto all’uso del comune sale da cucina.

– Favorisce un sonno migliore e regolare.

E per ultimo i fuochi artificiali: “Offre un aiuto naturale in più dal punto di vista del desiderio sessuale.”

Insomma un viagra rosa!

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Continuate a ripetere una bufala e prima o poi qualcuno ci crederà e la racconterà a sua volta arricchendola di nuovi particolari. È la dinamica tipica delle leggende urbane ed è quello che è successo con il sale rosa dell’Himalaya.

Ne abbiamo già parlato in un altro articolo e vi avevo mostrato come non esistano prove che abbia particolari proprietà (oltre al colore accattivante), nonostante mi capiti continuamente di leggere su siti web e riviste articoli che “certificano” le sue proprietà, anche a firma di medici e nutrizionisti purtroppo. Ovviamente sempre senza uno straccio di fonte.

Gli articoli scientifici che ne parlano invece mostrano come questo sale sia sostanzialmente equivalente a del normale sale da cucina sporco di ruggine, e quindi non possa avere nessuna delle varie millantate proprietà, con in più tracce di elementi, come Cadmio e Nickel, di cui possiamo fare volentieri a meno.

Torno brevemente sull’argomento, adesso che l’argomento delle bufale e della cosiddetta post-verità è uscito dai blog di nicchia, per fare qualche altra considerazione sulle leggende che circondano questo sale.

Posto che ogni sale alimentare in commercio da noi deve contenere per legge almeno il 97% di cloruro di sodio, quindi deve essere quasi puro, spesso si magnifica la qualità del sale rosa dicendo che “è antichissimo e proviene da un mare incontaminato asciugatosi milioni di anni fa”.

Certamente, ogni miniera di sale esistente al mondo sfrutta i depositi fossili di mari prosciugati milioni di anni fa. Anche in Italia ne abbiamo, per esempio a Petralia in Sicilia, da dove estraiamo il salgemma: cloruro di sodio raffinatissimo, praticamente puro così com’è.

Qualcuno dice “il sale marino di oggi proviene da un mare inquinato, quindi anche il sale è inquinato”. Hai le prove? Dimostramelo! Altrimenti sei un fuffaro che sfrutta la paura delle persone per alleggerirgli il portafoglio o per accreditarti come guru salutista.

Mi sono chiesto però perché questa affermazione faccia indubbiamente presa su molte persone. La risposta che mi sono dato è questa: alcuni pensano che il sale marino si ottenga semplicemente prendendo dell’acqua di mare e facendola evaporare tutta. Se siete già al mare provate a fare l’esperimento: prendete un paio di litri d’acqua di mare, metteteli in un catino al sole, lasciate evaporare tutta l’acqua e in un paio di giorni otterrete della polvere bianca.

Assaggiate: fa schifo. Quello non è cloruro di sodio quasi puro: contiene un sacco di altra roba amara e, ovviamente, anche qualsiasi sostanza inquinante presente in origine. Se ci riaggiungete acqua distillata ricostituite l’acqua di mare di partenza, che ovviamente non è potabile. Inquinata l’acqua di partenza, inquinato il prodotto ottenuto.
Il sale però non si produce così: si raffina, si purifica, si fa cristallizzare quasi solo il cloruro di sodio –che, ripeto, è bianco di per sé, non c’è bisogno di sbiancarlo come qualche articolo racconta – mentre l’acqua rimasta, con la maggior parte delle sostanze amare e altro, si getta via. È così che funziona una salina: è un impianto solare a cielo aperto di raffinazione del cloruro di sodio.

Anche il sale integrale è raffinato! Questo manda spesso in cortocircuito qualcuno, perché si tratta comunque di eliminare la gran parte delle sostanze amare e indesiderate. Semplicemente il sale integrale non subisce il lavaggio finale – con acqua salata ­­–, non viene asciugato e non vengono aggiunte sostanze antiagglomeranti. Ma è sempre cloruro di sodio almeno per il 97%.

Se comunque temete l’inquinamento anche in dosi omeopatiche, potete sempre acquistare del normale salgemma bianco purissimo.

L’origine delle bufale rosa

Ma torniamo invece alle varie bufale salutistiche su questo sale (i mitologici “84 oligoelementi”, che regolarizzi il pH, che regoli la ritenzione idrica etc.) La dinamica della loro diffusione non è diversa da tante altre. In un epoca in cui per riempire lo spazio sui giornali, tra una pubblicità e l’altra, o sul web si continua a copiaincollare selvaggiamente senza controllare le fonti, non stupisce che questa robaccia giri. Mi colpisce sempre però la potenza del passaparola, specialmente quando il tutto nasce da una singola persona. È successo con Robert Kwok per la sindrome da ristorante cinese e il glutammato e con Luciano Pecchiai per l’inesistente legame Grano Creso/Celiachia. Chi c’è all’origine delle favole sul sale rosa dell’Himalaya?

A quanto pare tutto inizia verso la fine degli anni ’90 quando un tal Peter Ferreira, che si autodichiara biofisico, tiene delle conferenze in Germania in cui parla delle virtù e delle “energie curative del sale himalaiano”. È lui che inizia a parlare dei mitologici 84 elementi che, a suo dire, sarebbero presenti nel sale rosa. Su youtube trovate una sua vecchia conferenza chiamata “Wasser & salz” (parte uno e due) riversata da una cassetta VHS.

Le conferenze sono un successo, sempre piene di gente, e nel 2001 pubblica insieme a Barbara Hendel, un medico, il libro Wasser & Salz ” in cui racconta delle varie proprietà, a suo dire, di questo sale miracoloso proveniente dall’Himalaya (come sapete questa è la prima bugia visto che proviene dalla catena del Salt Range in Pakistan). È subito un best seller nei paesi di lingua tedesca, con 80.000 copie in pochi mesi, e in un battibaleno i negozi di cibi ecobioalternativnaturali di Germania, Austria e Svizzera si riempiono di cristalli di sale rosa dell’Himalaya. Venduto a caro prezzo, allora come ora.

Come vi ho raccontato nel primo articolo la storia degli 84 elementi è una bufala assurda, e forse è per questo che nell’ultima edizione italiana non si trova più la tabella originale. Ma non importa perché tanto, dal 2001, come una freccia dall’arco scocca, il sale rosa scorre veloce di bocca in bocca, arricchendosi man mano di proprietà e diffondendosi negli altri paesi europei e poi in USA. Ora viene persino usato nei cosmetici.

La faccenda non sfugge alla rivista Focus che nel marzo 2002 parla del delirio di questa bufala, suggerendo anche che Ferreira faccia un sacco di soldi con l’importazione del sale dal Pakistan. L’articolo mette subito in chiaro che il presunto istituto che ha fatto le analisi del sale, riportate nel libro, non pare esistere e che il libro è pieno di fesserie spacciate per scienza.

Ma anche le istituzioni si muovono: nel 2002 la “Fluor-und jodkommission”, una commissione dell’Accademia Svizzera di Scienze Mediche, mette in guardia verso il consumo di questo sale, perché non iodato e non fluorurato.

Nel 2003 è la volta dell’Ufficio Bavarese per la salute e la sicurezza alimentare a mettere sotto il microscopio il sale rosa, analizzando 15 campioni e giungendo alla conclusione che non vi è traccia dei mitologici 84 elementi, e che alla fine è solo sale, per il 98% cloruro di sodio, con qualche impurità di nessun interesse, nonostante il battage del marketing salutistico.

Anche sul web compaiono i primi scettici ma nulla può contro il desiderio di molte persone di credere fortemente ai cibi magici. Una dinamica vista più e più volte: queste bufale si diffondono rapidamente prima col passaparola, poi con l’aiuto di internet per poi finire sui giornali, che copiaincollano senza verificarne la veridicità, e senza che i lettori mettano mai in dubbio ciò che leggono. Anzi, casomai si chiede, con malcelato fastidio ai dubbiosi e agli scettici di smentirle. “L’ha scritto la nutrizionista sulla rivista! Come osi metterla in dubbio?”

Non funziona così! Lasciatemi fare una nota di metodo: l’onere della prova nella scienza sta in chi fa delle affermazioni. Non sono io a dover smentire che esistono gli unicorni, ma tu che lo affermi a dover portare prove convincenti. E se non le porti sei un cialtrone. Quindi abituiamoci a chiedere le fonti a chi spaccia in campo alimentare (ma lo stesso discorso vale per altri campi) proprietà miracolose di questo o quel cibo. E a considerare di valore nullo le affermazioni senza fonti affidabili. Zero. Anche se chi le pronuncia è un medico o nutrizionista. Dai cui siti e articoli purtroppo provengono anche alcuni brani che ho riportato prima. Spazzatura senza valore scientifico.

Niente fonti? Niente cammello!

Il sapere superficiale

Viviamo nell’epoca del “sapere superficiale”: leggiamo qua e là un po’ di tutto, spesso solo i titoli degli articoli, e raramente abbiamo il tempo di approfondire e andare oltre l’infarinatura leggera. Semplicemente non ne abbiamo il tempo: purtroppo non possiamo permetterci di mettere in dubbio ogni affermazione con cui veniamo in contatto, e spesso non abbiamo neppure la capacità di dubitare delle cose che sentiamo, per non parlare della capacità di andare a cercare da soli le risposte giuste. Se considerassimo prive di valore tutte le affermazioni di cui non abbiamo verificato la veridicità oltre ogni dubbio, beh ci rimarrebbe ben poco di cui discutere (e spesso di cui accapigliarsi).

Il “sapere superficiale” in qualche misura temo sia inevitabile, forse proprio a causa dell’eccesso di informazioni a cui possiamo accedere. Una volta l’ignorante era la persona che non aveva informazioni. Ora che ognuno dal cellulare può fare una ricerca su Google, l’ignorante è colui che non riesce a distinguere le informazioni vere da quelle false. Per cui siamo tutti ignoranti, tranne nella piccolissima nicchia in cui siamo esperti (ma lo siamo veramente o ci riteniamo solamente?).

Poiché per noi ignoranti il “costo”, anche in termini di tempo, della ricerca di informazioni corrette è troppo elevato, come ne usciamo? Ci dobbiamo rassegnare al sapere superficiale? Non a caso una volta nei piccoli paesi alcune figure istituzionali fungevano anche da “autorità culturali”: il prete, il farmacista, il medico condotto, erano spesso le uniche persone che avevano fatto studi superiori e a cui ci si rivolgeva anche per questioni che esulavano i loro specifici ambiti di competenza.

E oggi? Come facciamo? A chi ci rivolgiamo se non possiamo credere alle prime risposte che ci dà San Google? Per il caso generale non ho risposte ma, almeno per quel che riguarda il cibo, viviamo in un’epoca in cui, grazie al cielo, questo è abbondante, vario, supercontrollato, poco costoso e sicuro. E quindi possiamo tranquillamente ignorare le sirene del salutismo markettaro che sfornano supercibi ad ogni stagione, sempre senza fornire prove valide della loro efficacia. Semplicemente non ne abbiamo bisogno. Bastano le linee guida sull’alimentazione degli organismi nazionali e internazionali. E queste ci dicono che ogni giorno l’italiano adulto mediamente consuma dieci grammi di sale, e ci consigliano di ridurlo a 6 grammi o anche meno. Non di sostituirlo con uno colorato di rosa perché contiene un po’ di ruggine.

Alla prossima

Dario Bressanini

Dario Bressanini

Chimico, ricercatore presso il dipartimento di Scienze chimiche e ambientali dell’Università degli Studi dell’Insubria a Como, inizia la sua attività di divulgazione scientifica partecipando alla prima edizione di Cosmo, siamo tutti una rete, trasmissione scientifica di Rai 3 andata in onda il 4 settembre 2010. Collabora poi con la RSI – Radiotelevisione svizzera e in radio è ospite ricorrente della trasmissioni Moebius e Il Gastronauta di Radio 24. Dal 10 maggio 2007 cura un blog all’interno di Le Scienze Blog[1] di la Repubblica chiamato Scienza in Cucina[2] con il suo primo articolo Eccomi qua[3]. Ha pubblicato più di trecento articoli di tipo divulgativo sul tema generale delle scienze, in special modo, della chimica all’interno del mondo della alimentazione.

In passato curava anche un blog personale,[4] ospitato da Il Fatto Quotidiano, un rapporto terminato il 6 giugno 2013, con un articolo su agricoltura biologica e organismi geneticamente modificati, in chiusura del quale espone le ragioni del suo commiato dai lettori della testata on line, motivando la sua scelta con il disagio causatogli da una politica editoriale che ha scelto di dare grande spazio a controverse figure che praticano facile disinformazione, come antivaccinisti, complottisti dell’11 settembre, pseudo-esperti di scienza, agricoltura e alimentazione[5]. Cura anche un canale YouTube, sul quale pubblica video su vari argomenti attinenti la sua attività di divulgazione scientifica su temi a lui congeniali.